L’immane teatralità che grava sull’immaginario di Kokocinski ha come rotto gli argini e dilaga incontenibile, quasi che il maestro si fosse messo a urlare la propria energia e non ammettesse compromessi nella realizzazione dell’opera finita. L’opera, peraltro, “finita” non lo è mai perché si sente una specie di urgenza creativa che travolge le immagini e le accalca le une sulle altre senza che la piena formazione delle immagini stesse giunga alla sua naturale conclusione. Nell’apparato iconografico novecentesco se ne sono visti a dismisura di Zombie che escono dalle tombe per terrorizzare gli spettatori e costringerli a chiudere gli occhi a causa dell’orrore che emanano, ma la cinematografia è un esorcismo che spesso esita in ironia e scherno, quando, all’opposto, non si prenda troppo sul serio sfociando nel ridicolo.
Kokocinski, invece, nella sua statuaria grottesca e possente di angeli caduti, corpi dilaniati, extraterrestri piombati sulla terra e schiantatisi al suolo senza possibilità alcuna di riscatto e salvezza, è una specie di capocomico grottesco e inesorabile che ha compiuto una oscura e formidabile manipolazione genetica, reinventandosi un mondo di esseri umani ma non troppo umani, fantastici ma fin troppo realistici.