Due anni fa Kokocinski impressionò molti visitatori con una prodigiosa esposizione alla Sala del Refettorio a Palazzo Venezia. Trasfigurazione si chiamava quella mostra e ne promanava quello spirito apocalittico e rabbioso che rende Kokocinski una figura unica nel panorama artistico contemporaneo. Artista senza patria e senza sosta, cittadino del mondo e solitario individualista, Kokocinski ha progressivamente sviluppato una acuta coscienza morale che lo rende, nello stesso momento, coinvolto fino all’estremo e aristocraticamente distaccato rispetto alla materia che tratta. Ha raggiunto, in questa fase di piena maturità, un approccio alla sua arte che è sconcertante per assenza assoluta di qualunque forma di edonismo e, tuttavia, attentissimo alla più alta qualità della “fabbricazione”. Kokocinski ha, così, deciso di affrontare un autentico “corpo a corpo” con le sue opere, che sembrano tanti figli, adorati e massacrati nel contempo. Fa spavento, in un certo senso, questo suo modo di fare, che non tiene in nessun conto la delicatezza d’animo dell’osservatore, ma non intende mai urtarlo con effettacci clamorosi.
Anzi il gusto raffinato e, in qualche modo classico, che il maestro ha sempre espresso, non retrocede certamente in questo momento attuale, convulso e esasperato. I suoi personaggi, che appaiono sfigurati da una forza che li squassa e li trascina come anime dantesche, ritornano in questa esposizione, una specie di poema demoniaco costruito con gli strumenti della paura e della disperazione.